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Sto in piazza, con le persone

Shahira Amin è una giornalista egiziana. Disgustata dalla propaganda di regime che ha dato un’immagine mistificante delle imponenti rivolte egiziane contro Mubarak, ha deciso di lasciare il lavoro. “Sto in piazza”, dice, “con le persone. Non posso essere parte della macchina della propaganda, altrimenti che ne sarebbe della mia dignità?”.

La domanda è: cos’ha l’Egitto che non abbiamo noi?

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Sein Kampf – Liste di proscrizione nelle biblioteche veneziane

La notizia è questa:

L’assessore alla cultura della provincia di Venezia, l’ex-missino-oggi-berlusconiano Speranzon, ha accolto il suggerimento di un suo collega di partito e intimerà alle biblioteche del veneziano di:
1)
rimuovere dagli scaffali i libri di tutti gli autori che nel 2004 firmarono un appello dove si chiedeva la scarcerazione di Cesare Battisti;
2)
rinunciare a organizzare iniziative con tali scrittori (vanno dichiarati “persone sgradite”, dice).

Non si pensi che quella di Speranzon sia soltanto una penosa sparata, una provocazione o ingenua idiozia. Il fatto è grave. Che cos’è uno scrittore, uno studioso, se non il potere della sua parola? Cosa accade se quella parola viene sottratta alla collettività proprio nel luogo che ne custodisce il valore e in cui vi si accede liberamente, le biblioteche? Tutto ciò rimpone allo stomaco i roghi, le censure e le persecuzioni di tipo fascista che continuano a perpetuarsi nel tentativo paranoico, quanto vano, di sopprimere il pubblico dissenso. E, tanto più assurdo, Battisti qui non c’entra proprio nulla.

Questa iniziativa mi appare simile alla scelta – altrettanto ignobile – da parte del movimento pro-vita di istituire la giornata della vita il 9 febbraio, giorno in cui, guarda un po’, ricorre la morte di Eluana Englaro. O simile alla stolida ignoranza con cui il ministro Gelmini e il governatore Cota respingono come “comizi” e “lezioni universitarie” (evidentemente per loro sono la stessa cosa)  le chiarificanti argomentazioni di Stefano Rodotà sul legittimo impedimento. Questi ed altri episodi si iscrivono in un’opera continua di annichilimento culturale del tutto in linea con la politica dei tagli alla scuola e alla ricerca, con l’effetto di svuotare di senso qualsiasi questione complessa, di farne macchinario mistificante da rissa mediatica per la ragione di chi urla più forte, di cancellare in sostanza il dissenso argomentato per ridurre il discorso ad oggetto di cui si può dire tutto senza aumentare di un grammo lo spessore del dibattito. Così, la moltiplicazione di attimi insignificanti vorrebbe impedire alla memoria e alle narrazioni di risuonare, consegnando la polifonia della sfera pubblica alla mercè semplificante del consenso.

Ecco perché la rappresaglia di Speranzon strumentalizza il “caso Battisti” per divenire ulteriore tentativo nell’opera di annichilimento. Ecco perché chiunque è chiamato in causa a contrastarla, e perché molti scrittori si sono già mobilitati a prescindere dal loro sostegno a Cesare Battisti, con l’invito per tutt* a far sentire la propria voce.

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Senza ricerca il futuro non può cominciare

Sono in treno, tra milano e venezia. E non sono mai stato così felice di viaggiare con un’ora di ritardo.

[*Piccola Aggiunta. Proprio bello lo striscione dei manifestanti napoletani, e anche la prima pagina dell’unità di oggi]

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Parole Sante

http://www.carmillaonline.com/archives/2010/08/003599.html#003599

La stessa cosa per Prison Break (Terza serie) che era anche partita bene. Si direbbe che l’escrescenza cattolica fa la sua comparsa laddove la circolazione di una serie diviene pervasiva. Ma i parassiti non dovrebbero fare in modo che il proprio ospite non muoia?

Eroi di carne: cecità accademiche e materie narranti. Più un vecchio pezzo.

Sull’infelice quanto ‘esorbitante’ uscita del libro di Alessandro Dal Lago “Eroi di Carta”, Adriano Sofri, Severino Cesari, Helena Janeczek, e la Redazione di Carmilla hanno fatto un lavoro rigoroso, importante ed eticamente necessario. Grazie.
Se volete andare alle radici dell’ossessione accademica per questo grande romanzo che ha scosso le coscienze civili ed è arrivato sino ai dipartimenti universitari, ripropongo come  aggiunta al dibattito un pezzo scritto nel dicembre 2008 e pubblicato ne Lo Squaderno n.12 (pag. 67).

Nel frattempo, mentre il potere di mafie e camorre si fonda sulla paura di nomi senza volto, è facile accanirsi contro corpi di carne loro malgrado esposti invece di accogliere quella materia fatta di parole che tracima dalle reti della criminalità fin dentro casa nostra, e ci rammenta che fatti non fummo a viver come bestie. Con tutto il rispetto per le bestie.

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Gomorra: sguardo neoepico e malocchio della ricerca sociale. Transdisciplinarità di un oggetto narrativo non identificato

Tra i sommovimenti generati da Gomorra c’è anche quello che ha investito il mondo della ricerca sociale1. Nella rivista Etnografia e ricerca qualitativa Alessandro Dal Lago 2definisce l’opera un “feuilleton con venature etnografiche”, mentre Domenico Perrotta3 insiste sul suo carattere “autoetnografico”, distinguendo tra inchiesta letteraria, che fa leva sulla descrizione trasfigurata di un mondo, e ricerca sociale, che lega la descrizione alla ridefinizione un impianto teorico e metodologico. L’accoglienza sembra piuttosto tiepida, ma ciò non deve meravigliare: se l’atteggiamento degli studiosi nei confronti del romanzo di Roberto Saviano assomiglia più a quello di un patologo che conduce l’autopsia di un alieno che a quello di un sociologo alle prese con qualcosa di tremendamente affine, è perché Gomorra rappresenta a tutti gli effetti un fenomeno inedito nella scena socioculturale italiana. Eppure, come intendo sostenere, la peculiarità di Gomorra non risiede soltanto in ciò che il romanzo è, ma soprattutto in ciò che il romanzo fa. Il modo in cui quel testo si compone, agisce e fa agire presenta numerose affinità con la ricerca qualitativa e apre il campo a un ragionamento sulla sua capacità performativa. È utile in questo senso partire dalle categorie di feuilleton e autoetnografia proposte dai due studiosi, considerate stavolta come concetti di cui rendere conto invece che come categorie esplicative. Da una parte dunque, la formula seriale e tipicamente popular del romanzo d’appendice le cui nobili origini risalgono tra gli altri ad Alexander Dumas, Eugène Sue e Honoré de Balzac. Il genere del feuilleton si distingue per la relazione stretta tra pratica di scrittura e pratica di lettura, per la capacità di toccare il cuore ed entrare in risonanza con la memoria e l’esperienza di chi legge4. Dall’altra, la complessità sfuggente dell’io narrante che si oppone al riduzionismo soggettivo e compone la sua individualità come luogo di tutti i rapporti5, autobiografia di un mondo corale.

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L’Alleanza dell’Amore*

Zoe: “It’s just… In the time of war, we would’ve never left a man stranded”

Malcolm: “Maybe that’s why we lost”

Il PAX venne impiegato per la prima volta dall’Alleanza sul pianeta Miranda. Si trattava di un gas sperimentale che una volta irradiato nell’atmosfera rendeva le persone inoffensive le une alle altre, eliminando ogni forma di conflitto. Evidentemente, la vittoria recente contro il fronte dell’Indipendenza non aveva eliminato il dissenso e il malcontento, che anzi risuonavano nel vuoto lasciato dal  trauma della guerra. Né era bastata l’opera meticolosa di revisione storica e la riabilitazione di personaggi di dubbia moralità politica che improvvisamente erano diventati grandi statisti con il loro nome che campeggiava sulle vie delle città. Bisognava agire più in profondità. Di fronte al rischio imminente di nuovi e più seri sconvolgimenti, i governanti avevano perciò scelto una soluzione chimica all’ordine sociale, promuovendo la ricerca di un enzima del benessere e dell’amore universale. Come risultato, dopo qualche mese di diffusione nei luoghi pubblici e domestici, gli abitanti di Miranda scambiavano educati sorrisi ad ogni incontro e trascorrevano le ore a speculare sulla fatalità degli eventi passati. Erano entrati in uno stato di nirvana, quasi estranei tra loro e indifferenti al mondo circostante come se l’incapacità di entrare in disaccordo, di scontrarsi e disputare li avesse resi immuni al dolore e così incapaci di apprendere e migliorarsi. Di lì a poco, anche sfamarsi diventò meno importante, e così muoversi e giocare. Fu così che cominciarono a manifestarsi oscure pulsioni che quegli animi inebetiti non potevano più né riconoscere né contrastare.  C’era chi si lasciava morire di inedia seduto su un muretto, chi cadeva con dolcezza da un burrone, chi annegava abbandonandosi al ritmo delle maree. Ma per altri, pochi altri,  l’insieme dei tessuti e dei neurotrasmettitori si riconfigurò in modo completamente inverso: di fronte a quell’estasi collettiva dell’abbandono e della rinuncia, a quell’annichilimento della coscienza, essi presero a praticare una sorta di nichilismo della volontà compiendo atti di violenza gratuita e inaudita che presto tramutarono in scempio e abominio. L’oblio della sofferenza e la rimozione della lotta li legittimava alle forme più estreme di tortura e sevizia per scovare l’ultimo barlume di dolore e nutrirsene. Furono chiamati “Reavers”, bestie ripugnanti eppure umane unite dal desiderio di morte. I Reavers presero facilmente possesso delle astronavi incustodite e allestirono una propria flotta che seminò il terrore tra le galassie.

L’esperimento venne interrotto: la visione mercantile delle emozioni alla base del progetto PAX, secondo cui l’amore era stato scambiato con l’inabilità a fare del male (così come la fiducia veniva considerata come l’inabilità a tradire) si rivelò fallace ma non per questo inutile. I Reavers erano divenuti infatti la preoccupazione principale per i governanti e la paura che essi suscitavano rendeva le maggioranze popolari raccolte attorno alle braccia protettive dell’Alleanza.

Questo prima che l’Indipendenza rendesse noto l’impiego del PAX, e prima che scoppiasse la guerra intergalattica tra l’Alleanza e i Reavers.

*credits to Serenity (a.k.a. Firefly)

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J.G. Ballard (1930-2009). In memoriam

ballardmmccabe460“C’è un bisogno profondo di gesti gratuiti, e più sono violenti meglio è. La gente sa che la sua vita è inutile, e si rende conto di non poter fare niente in proposito. O quasi niente. (…) Un gesto immotivato paralizza l’universo”
(JG Ballard, Millennium People)

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Parole nel silenzio

immagineQuelle di Beppino Englaro suo custode, che lotta.

Quelle di Giuseppe Genna e Wu Ming 1,  che vorrei saper pronunciare con la stessa forza.

Quelle tragicamente lucide di Natalia Aspesi, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelski.

Quelle  urgenti degli appelli da firmare, delle posizioni da prendere. Da far prendere. Subito.

Pochi i tempi lugubri come questi. Una breve tregua altrove e tutto lo schifo del ritorno tracima. Nel lunedì del nove febbraio duemilanove il marcio si riversa ininterrotto dalle bocche degli sciacalli, le televisioni e le radio vomitano edizioni straordinarie, l’arroganza violenta delle tonache raggiunge vette mai toccate. La società alla sua più alta espressione del falso.

Dura un attimo appena, tra un reality e una fetta di prosciutto. Perché non ci si accorga dell’abisso. Perché l’Italia tutta resti in coma.

Ma preziose quelle parole ad ascoltarle, che rompono il silenzio. Fanno più lieve l’oscurità, vigile lo sguardo e il corpo agile per il tempo che viene.

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Furadantin 50

Brutta rogna la cistite. Parcheggio sulla fermata dell’atuobus dietro ad un paio di macchine. E’ l’unica farmacia aperta. Entrando mi accorgo di aver lasciato aperto il finestrino del passeggero, la cosa mi procura un’ansia sottile e persistente: immagino qualcuno che irrompe dentro l’auto e cerca qualcosa di valore. Una breve rassegna mnemonica degli oggetti presenti mi tranquillizza. Penso anche che per quanto mi creda immune, giornali e telegiornali mi stanno rincoglionendo e sto diventando paranoico. Tengo comunque d’occhio la mia Fiesta, mentre aspetto il turno e valuto la necessità di cambiare spazzolino, passandomi la lingua sui denti.
Camice Celestino congeda il cliente che mi precede e mi invita protettivo al banco. Getto uno sguardo sul foglietto che tengo in mano e pronuncio solenne parole di cui non conosco il senso: “Mi servirebbe Furadantin 50 e Uva Ursina”. Camice Celestino si scosta di lato, digita pensieroso sul terminale e dopo qualche secondo solleva il capo con fatalità: “Per Furadantin 50 ci vuole la ricetta”, ammonisce. L’interazione ostile mi lascia rigido, allargo le braccia sforzandomi di dissimulare. “Mi spiace, si tratta di un’urgenza per un’amica. Non ho con me la ricetta e non c’è stato tempo di andare dal medico. Poi è domenica, è l’unica farmacia aperta”. Ho degli argomenti che ritengo solidi. Camice celestino quasi comprende la situazione, ma non sembra in grado di prendere una decisione autonoma. Si appella così alla volontà di Camice Bianco lì accanto, alle prese con altre richieste. Camice Bianco parla con il subordinato come se io non esistessi, la voce severa: “Non possiamo dare Furadantin 50 senza la ricetta”.
Forse non hanno capito. Interrompo la ramanzina professionale e descrivo di nuovo la situazione: “Domenica. Unica farmacia aperta. Urgenza. Cistite”. Stavolta dissimulo male. Camice Celestino torna da me con la coda tra le gambe, ne deduco che non doveva neanche azzardarsi a porre la domanda. “E’ che non possiamo dare dei farmaci che magari poi non servono”. “E se invece servono?”. Lo sguardo di Camice Celestino è implorante: “Deve rivolgersi alla guardia medica, farsi fare la ricetta e poi venire da noi a prendere il medicinale, guardi è proprio qui vicino, in via ***, si fa fare la ricetta e noi le diamo il Furadantin”. Camice Bianco sorveglia la scena, attento che Camice Celestino abbia imparato la lezione.
No, non capiscono. Non capiscono che anche di fronte alla guardia medica, io andrei per conto di un’altra persona e il problema sarebbe lo stesso. Come può la guardia medica accertarsi e prescrivere il farmaco se non sono io il paziente?
Ecco cos’era. La preoccupazione per il farmaco non necessario è poco meno che malcelata ipocrisia. Alla base di tutto c’è dunque una questione di responsabilità. Poco importa poi che si tratti di un’emergenza e io non abbia la minima idea di dove la Guardia Medica abbia il suo ambulatorio. Poco importa che uno stia male o meno. Ai due Camici non gliene frega un cazzo delle malattie, loro non hanno altra responsabilità che quella di vendere dei medicinali possibilmente non scaduti. Pensano che la bilancia parlante e il divanetto rosso siano sufficienti ad eludere il loro senso civile e a rendere le persone docili e disciplinate. Se ci sono delle responsabilità, se le prenda la guardia medica. Tutto ciò mi manda in bestia. “Quello che sta succedendo è scandaloso. Non sono venuto neanche a chiedere del metadone, ma un Furadantin 50 per una cistite e voi non siete capaci di darmelo”. Altra gente attende nella sala, e assiste. Mi aspetto una reazione, invano. Camice Bianco e Camice Celestino fissano entrambi la colonna ottusi e incapaci di ostentare indifferenza. Per un attimo m’illudo che riescano almeno ad essere consapevoli della loro piccola mediocrità. Poi prendo la busta con l’Uva Ursina e me ne vado. Per l’Uva Ursina non serve la ricetta.
Me ne vado e li odio.

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33

Le istruzioni non erano troppo complicate. Due travi di legno made in China da montare in modo perpendicolare, una manciata di chiodi da carpentiere, una targhetta e altri tre chiodi forgiati a mano da usare alla fine. Quel megastore ne aveva venduti a milioni. Le figure illustravano meticolosamente la sequenza, l’interramento e innalzamento, la posizione corretta da tenere. Eppure, dietro quelle operazioni così banali Brian avvertiva qualcosa di assurdo. Aperti gli scatoloni, i suoi compagni si stavano già dando da fare. Una ruga gli scavò le sopracciglia.

C’era stato un periodo in cui tutti ti davano del tu. Era bello. Nel 2007, la scritta “You” campeggiava come personaggio dell’anno nella copertina di una famosa rivista del globo. E ancora “Tu, senza confini”, “Tutto intorno a te” …senza contare le varie piattaforme create per mettere in rete filmati, storie, profili, dove quel tu scivolava impercettibile verso l’io: io che tuno, il mio spazio, la mia faccia. Difficile resistere: ti faceva sentire importante, protagonista della tua vita. E della tua morte.

Col passare del tempo, quel dare del tu era diventato insopportabile. Eri tu che dovevi preoccuparti di vigilare sul bagaglio in aeroporto, mettere da parte oggetti liquidi e taglienti. Tu che dovevi cogliere l’affare, costruire il tuo mondo. Anche certi film sembrava facessero apposta ad essere incomprensibili ed eri sempre tu che dovevi trovarci un senso, il tuo senso. Quel cazzo di tu aveva cominciato a rompere i coglioni, sembrava una presa per il culo. Tanti io avevano abboccato, ed erano diventati forza lavoro del proprio consumo, poliziotti di se stessi, imputati e giudici delle proprie azioni.

Il rumore di grida e martellate riportò lo sguardo di Brian al manuale di assemblaggio del modello “Kors 100.31.23 – Ulivo – L200xP20xA400″. Attorno a lui alcuni avevano finito di mettere insieme i pezzi e si facevano inchiodare mani e piedi sul legno. Brian cominciava a capire. Tu, il tuo stesso carnefice

Un compagno lo interruppe: “Non esitare fratello, guarda al lato luminoso della vita: ci stiamo sacrificando per il pianeta, siamo in troppi. Coloro che verranno dopo di noi ci adoreranno in eterno”. Brian pensò di piantargli uno di quei grossi chiodi nel setto nasale, contravvenendo alla procedura di assemblaggio. Si trattenne, quel gesto cieco avrebbe portato dritto al linciaggio. Anche opporsi con un semplice “no” alla lunga sarebbe stato uno stillicidio, alla fine avrebbe ceduto. Tentare di sottrarsi allora, ma la fuga era ancora possibile? Prima o poi l’avrebbero trovato. Si ricordò della vecchia storia di un impiegato: “Preferirei di no”, rispose. Ci fu un attimo sospeso, per la prima volta dopo secoli qualcuno aveva preso in considerazione l’esistenza condizionale di un’alternativa.

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