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Le istruzioni non erano troppo complicate. Due travi di legno made in China da montare in modo perpendicolare, una manciata di chiodi da carpentiere, una targhetta e altri tre chiodi forgiati a mano da usare alla fine. Quel megastore ne aveva venduti a milioni. Le figure illustravano meticolosamente la sequenza, l’interramento e innalzamento, la posizione corretta da tenere. Eppure, dietro quelle operazioni così banali Brian avvertiva qualcosa di assurdo. Aperti gli scatoloni, i suoi compagni si stavano già dando da fare. Una ruga gli scavò le sopracciglia.

C’era stato un periodo in cui tutti ti davano del tu. Era bello. Nel 2007, la scritta “You” campeggiava come personaggio dell’anno nella copertina di una famosa rivista del globo. E ancora “Tu, senza confini”, “Tutto intorno a te” …senza contare le varie piattaforme create per mettere in rete filmati, storie, profili, dove quel tu scivolava impercettibile verso l’io: io che tuno, il mio spazio, la mia faccia. Difficile resistere: ti faceva sentire importante, protagonista della tua vita. E della tua morte.

Col passare del tempo, quel dare del tu era diventato insopportabile. Eri tu che dovevi preoccuparti di vigilare sul bagaglio in aeroporto, mettere da parte oggetti liquidi e taglienti. Tu che dovevi cogliere l’affare, costruire il tuo mondo. Anche certi film sembrava facessero apposta ad essere incomprensibili ed eri sempre tu che dovevi trovarci un senso, il tuo senso. Quel cazzo di tu aveva cominciato a rompere i coglioni, sembrava una presa per il culo. Tanti io avevano abboccato, ed erano diventati forza lavoro del proprio consumo, poliziotti di se stessi, imputati e giudici delle proprie azioni.

Il rumore di grida e martellate riportò lo sguardo di Brian al manuale di assemblaggio del modello “Kors 100.31.23 – Ulivo – L200xP20xA400”. Attorno a lui alcuni avevano finito di mettere insieme i pezzi e si facevano inchiodare mani e piedi sul legno. Brian cominciava a capire. Tu, il tuo stesso carnefice

Un compagno lo interruppe: “Non esitare fratello, guarda al lato luminoso della vita: ci stiamo sacrificando per il pianeta, siamo in troppi. Coloro che verranno dopo di noi ci adoreranno in eterno”. Brian pensò di piantargli uno di quei grossi chiodi nel setto nasale, contravvenendo alla procedura di assemblaggio. Si trattenne, quel gesto cieco avrebbe portato dritto al linciaggio. Anche opporsi con un semplice “no” alla lunga sarebbe stato uno stillicidio, alla fine avrebbe ceduto. Tentare di sottrarsi allora, ma la fuga era ancora possibile? Prima o poi l’avrebbero trovato. Si ricordò della vecchia storia di un impiegato: “Preferirei di no”, rispose. Ci fu un attimo sospeso, per la prima volta dopo secoli qualcuno aveva preso in considerazione l’esistenza condizionale di un’alternativa.

6 comments to 33

  • Effie

    Rinnovo i miei complimenti, permettendomi di suggerire altresì incursioni più frequenti nei territori narrativi del mini-racconto (per non dire di generi più corposi…).
    Del resto, mi aspetto questo e altro da uno che a sedici anni formulava già delle meta-teorie ;-).

  • Effie

    P.S. ‘sta faccenda del blog mi piace proprio assai!

  • Cara Effie, grazie dei generosi commenti e delle sottili incitazioni! Magari provo a scrivere un meta-romanzo (ma tutti questi meta faranno poi bene alla salute?)

  • francesco

    ciao claude,
    veramente un bel post, ho letto alcune cose in questi giorni molto pertinenti.
    ma non è pure il blog una piattaforma per essere editori di sè stessi?
    ci sentiamo presto e ti farò tutti i vari auguri arretrati…

  • Grazie François, che ci vuoi fare: si vive di paradossi. Del resto anche le leggi di dio o della natura potrebbero essere una piattaforma per il libero arbitrio, no? Certo che se mi troverai da queste parti allora la cosa sarà più grave. Ma per quello ce n’è di tempo.
    C.

  • settebello

    dentro di me c’è una voce che se la ride e ripete: lo sapevo! ahahah lo sapevo!

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