Eroi di carne: cecità accademiche e materie narranti. Più un vecchio pezzo.

Sull’infelice quanto ‘esorbitante’ uscita del libro di Alessandro Dal Lago “Eroi di Carta”, Adriano Sofri, Severino Cesari, Helena Janeczek, e la Redazione di Carmilla hanno fatto un lavoro rigoroso, importante ed eticamente necessario. Grazie.
Se volete andare alle radici dell’ossessione accademica per questo grande romanzo che ha scosso le coscienze civili ed è arrivato sino ai dipartimenti universitari, ripropongo come  aggiunta al dibattito un pezzo scritto nel dicembre 2008 e pubblicato ne Lo Squaderno n.12 (pag. 67).

Nel frattempo, mentre il potere di mafie e camorre si fonda sulla paura di nomi senza volto, è facile accanirsi contro corpi di carne loro malgrado esposti invece di accogliere quella materia fatta di parole che tracima dalle reti della criminalità fin dentro casa nostra, e ci rammenta che fatti non fummo a viver come bestie. Con tutto il rispetto per le bestie.

——————————————–

Gomorra: sguardo neoepico e malocchio della ricerca sociale. Transdisciplinarità di un oggetto narrativo non identificato

Tra i sommovimenti generati da Gomorra c’è anche quello che ha investito il mondo della ricerca sociale1. Nella rivista Etnografia e ricerca qualitativa Alessandro Dal Lago 2definisce l’opera un “feuilleton con venature etnografiche”, mentre Domenico Perrotta3 insiste sul suo carattere “autoetnografico”, distinguendo tra inchiesta letteraria, che fa leva sulla descrizione trasfigurata di un mondo, e ricerca sociale, che lega la descrizione alla ridefinizione un impianto teorico e metodologico. L’accoglienza sembra piuttosto tiepida, ma ciò non deve meravigliare: se l’atteggiamento degli studiosi nei confronti del romanzo di Roberto Saviano assomiglia più a quello di un patologo che conduce l’autopsia di un alieno che a quello di un sociologo alle prese con qualcosa di tremendamente affine, è perché Gomorra rappresenta a tutti gli effetti un fenomeno inedito nella scena socioculturale italiana. Eppure, come intendo sostenere, la peculiarità di Gomorra non risiede soltanto in ciò che il romanzo è, ma soprattutto in ciò che il romanzo fa. Il modo in cui quel testo si compone, agisce e fa agire presenta numerose affinità con la ricerca qualitativa e apre il campo a un ragionamento sulla sua capacità performativa. È utile in questo senso partire dalle categorie di feuilleton e autoetnografia proposte dai due studiosi, considerate stavolta come concetti di cui rendere conto invece che come categorie esplicative. Da una parte dunque, la formula seriale e tipicamente popular del romanzo d’appendice le cui nobili origini risalgono tra gli altri ad Alexander Dumas, Eugène Sue e Honoré de Balzac. Il genere del feuilleton si distingue per la relazione stretta tra pratica di scrittura e pratica di lettura, per la capacità di toccare il cuore ed entrare in risonanza con la memoria e l’esperienza di chi legge4. Dall’altra, la complessità sfuggente dell’io narrante che si oppone al riduzionismo soggettivo e compone la sua individualità come luogo di tutti i rapporti5, autobiografia di un mondo corale.

In questo senso, Gomorra è ben oltre Roberto Saviano: impossibile attribuire all’autore la portata degli eventi narrati senza ricadere nel meccanismo del martire o dell’impostore. Il peso etico di Gomorra diviene sostenibile nella misura in cui il testo passa di mano in mano, viene manipolato, mantenuto, modificato, reso vivo: gomorra viaggia, agisce, fa agire e fa parlare, trasforma l’individualità di Roberto Saviano e quella di chi legge. Per questa ragione l’io narrante di Gomorra non è una mera trovata stilistica, ma è un metodo che gli consente di comporre le voci del campo e di renderne conto: l’individualità di Saviano in Gomorra è esperienza dotata di senso, trama che si immette in un racconto più vasto. Sguardo coinvolto ma non “soggettivo”, che come un demone prende possesso del porto di Napoli, del kalashnikov, del “sottomarino” Ciro e di tutte le altre entità umane che popolano la narrazione. “Sguardo obliquo”, come lo definisce Wu Ming 1, in cui la soggettività si dissolve: “È sempre Roberto Saviano a raccontare, ma ‘Roberto Saviano’ è una sintesi, flusso immaginativo che rimbalza da un cervello all’altro, prende in prestito il punto di vista di un molteplice”6.

Wu Ming 1 ha elaborato una categoria promettente per cogliere la natura aliena di Gomorra e altre forme narrative anomale, quella di “oggetto narrativo non identificato” (Unidentified Narrative Object, UNO). L’acronimo sta ad indicare un testo narrativo che mette insieme diverse forme discorsive (“fiction e non-fiction, prosa e poesia, diario e inchiesta, letteratura e scienza, mitologia e pochade”) che assomiglia… ma non è affatto riducibile a un romanzo. A loro volta, gli UNO orbitano nella nebulosa letteraria più vasta del New Italian Epic, che raccoglie lavori di narrativa pubblicati in italia negli ultimi 15 anni, lei cui caratteristiche salienti ai fini del presente discorso comprendono l’attitudine pop, la transmedialità e lo sguardo obliquo. Il che ci riporta alle questioni del feuilleton e dell’io narrante. “C’è un io marcato – scrive Luigi Weber – che racconta, e che tutto sa e tutto ha visto non grazie ai libri, ma avendo vissuto sin da bambino nelle stade […] Quell’io però non è mai lasciatosolo; lo rinforza, e lo protegge direi quasi, dallo sgomento e dall’enormità del nemico che si è scelto, un vastissimo, ipertrofico apparato di nozioni, una panoplia di numeri, nomi, date, località.”7

In un gioco di rimandi tra letteratura e sociologia, la comparsa di UNO in ambito letterario sembra corrispondere all’orientamento crescente da parte della ricerca sociale verso etnografie virtuali, multi-sito, “cairotiche”, che mescolano cioè tempi e spazi multipli e si muovono su terreni che l’etnografia classica difficilmente considererebbe empirici. Si producono etnografie di oggetti, di organizzazioni, oltre che di esseri umani e di interazioni strettamente sociali. In sostanza, tali approcci mettono in discussione l’esistenza di uno sguardo “diretto” e “prolungato” sui fenomeni, nonché l’univocità dell’io narrante, al fine di cogliere più a fondo la complessità del reale. All’obliquità dell’io narrante e alla dissoluzione dei generi tipica degli UNO e del New Italian Epic fa eco la transdisciplinarietà ed eterogeneità di quei lavori che insistono sulla carattere ecologico e relazionale dell’attività di ricerca.

Il confine tra sociologia e letteratura, tra pratiche e retoriche, comincia allora a diventare un luogo abitabile, un mondo possibile per la ricerca sociale di tipo qualitativo. Arte di dire e artedi fare8 fuse insieme nel racconto, che lasciano spazi tattici di riappropriazione, ricombinano il repertorio di pratiche di ricerca mettendo in discussione l’autorità e l’autorialità. Il ricercatore

sociale diviene luogo di tutti i rapporti attivati dal lavoro di ricerca, così come Saviano lo è per Gomorra. Resta a questo punto da capire come la dimensione pop e l’efficacia narrativa possano arricchire la prospettiva della ricerca sociale qualitativa.

Nel 1973, Paolo Fabbri pubblica un saggio dal titolo “Le comunicazioni di massa: sguardo semiotico e malocchio della sociologia”. La proposta era quella di andare oltre la sterile distinzione tra cultura “alta” e cultura “di massa” per cominciare ad interessarsi in modo serio e non pregiudiziale di fenomeni che interessavano una parte consistente della popolazione. Fabbri insisteva sulla necessità di riutensilizzare il dispositivo analitico sulla base dell’oggetto di studio invece di partire dal repertorio teorico e disciplinare di riferimento. Alla luce del saggio di Paolo Fabbri, il NIE appare come un ulteriore tentativo di riutensilizzazione che mette in crisi l’essenza stessa del genere e si rivolge alle capacità narrative di un’opera letteraria in base al modo in cui essa entra in risonanza con altri oggetti e pratiche narrative. Analogamente, riutensilizzare la ricerca qualitativa in chiave neoepica significa allora riconoscere il lavoro di ricerca un potente sistema abilitante, farne un oggetto fluido che superi costantemente le premesse, che si presti alla riappropriazione, riscrittura e traduzione, che procuri deicortocircuiti e che liberi possibilità creative. Fare in modo che il lettore si prenda carico della sua “verità”.

Rispetto a Gomorra Alessandro dal Lago si chiedeva: “E noi [etnografi] che ci stiamo a fare? Qual è il senso del nostro lavoro se un romanzo può tanto?”. Se, come abbiamo visto, efficacia narrativa e presa performativa sul reale sfumano il confine tra sociologia e letteratura e aumentano la capacità di render conto di fenomeni complessi, sarebbe forse più interessante domandarsi: è in grado la ricerca sociale di produrre oggetti etnografici non identificati?

1 Desidero ringraziare Claudia Boscolo, Dimitri Chimenti e tutta la crew di polifoNIE per i continui spunti e commenti che ho tentato di tradurre senza troppo tradire in quest’articolo.

2 Alessandro Dal Lago (2008) “I misteri di Napoli e l’etnografia”, Etnografia e ricerca qualitativa, n.1.

3 Domenico Perrotta (2008) “Da Gagliano a Gomorra. Percorsi di confine nelle scienze sociali italiane”, Etnografia e ricerca qualitativa, n.1.

4 Tale forma di tracimazione testuale che attiva nuove pratiche e conversazioni a partire da racconti esistenti, peraltro antichissima, è conosciuta oggi col nome di transmedialità, ovvero il passaggio e la riscrittura delle storie su diversi formati sfruttando le potenzialità di internet.

5 L’espressione, a me molto cara, è di Carlo Levi nel prologo alla seconda edizione di Cristo si è fermato ad Eboli.

6 Wu Ming, New Italian Epic, Torino: Einaudi, 2008. Si veda anche la ricca discussione sul web a partire dal memorandum di WM1 su http://www.carmillaonline.com/archives/cat_new_italian_epic.html.

7 Luigi Weber, “Serpico, Scarface e Papillon. Su «Gomorra» di Roberto Saviano”, Studi Culturali, n. 3/2007

8 Michel de Certeau, L’invenzione del quotidiano, 1981.

Gomorra: sguardo neoepico e malocchio della ricerca sociale. Transdisciplinarità di un oggetto narrativo non identificato

2 comments to Eroi di carne: cecità accademiche e materie narranti. Più un vecchio pezzo.

  • dimitri

    Claudio,
    questo tuo articolo mi pare importante. Soprattutto la riflessione che parte dal testo di Fabbri.
    Ce lo daresti per PolifoNIE? Anzi, perché non fai un passaggio?
    Manchi a tutti.

  • Ciao Dimitri, felice di sentirti e altrettanto felice di servire il testo al convivio polifonico, attenti a metterlo sotto i denti che è parecchio stagionato. E come faccio a non passare dopo questa defibrillazione emotiva?

Leave a Reply

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>