Ritrovamenti. Su Romanzo Criminale, 27 dicembre 2002

[Rimettendo a posto la vecchia posta. Un reperto del 27 dicembre di sei anni fa,  quand’ero giovane e la scrittura più fresca]

Dopo pagina 628, ho continuato il romanzo su intenet tra dossier, sentenze, articoli di giornale. Volevo vederli negli occhi, se c’erano, Il Libanese, Dandi, Il Nero. Li ho trovati. Non tutti, non chi mi interessava di più, perché in verità io cercavo lo sguardo di Patrizia, ma di lei, madame bovary dagli occhi di ghiaccio, in rete solo qualche impalpabile allusione. Interrogavo i motori di ricerca con le frasi più assurde, come uno che va dall’oracolo con la furia di un allupato di siti porno. Niente. L’effetto collaterale è stato positivo: mi sono passate davanti tutte quelle vicende trascorse mentre io mangiavo latte e biscotti a merenda, guardavo bimbumbam e facevo i compiti… Er Negro, Renatino, Carminati, Mancini, Abbruciati, Moretti…i nomi “veri”!

Ma “veri” dde ché, poi? E’ questo che conta?
La questione della corrispondenza alla realtà può essere irrilevante. La potenza del racconto non è di verificare i fatti o di stabilire corrispondenze con la realtà, ma di *ri-crearli*. Quei fatti non sono “veri” perché riferiti ad una serie di accadimenti. Sono “veri” perché *diventano* tali, perché istituiscono una linea di coerenza (mitopoiesi?). Quello che ho apprezzato molto di Romanzo Criminale è che non lascia il minimo sapore di indignazione o amarezza, ma genera controllo, potere, sulle vicende narrate, mette in mano strumenti utili per lavorare ad ulteriori storie. Mi ha fatto  sentire un po’ come il “Vecchio”, in grado di giocare.

Siamo dunque condannati a credere “vere” solo le storie coerenti, che filano bene?
Si e no. Si perché l’abbiamo fatto sempre. No perché queste storie devono essere argomentate. Il mio pregiudizio, per quanto puerile e tautologico, è che la storia più coerentemente argomentata, che ha senso, è sempre quella più attendibile e riscontrabile. Se cerchiamo come sono andate le cose nella “Storia ufficiale”, per come lo stato ce l’ha raccontata, troviamo paradossi, lati oscuri, voragini: ogni ricostruzione su queste sole basi non può essere coerente senza cadere nella banalità, nel “tanto è tutto un magna magna”, nell’indignazione, appunto (e come dice Marco Paolini, l’indignazione in Italia dura meno dell’orgasmo). Tutte le volte che questa banalità si è perpetuata, non ha fatto altro che ricreare la Storia Ufficiale: essa è mitica, non riscontrabile, ogni tentativo di svelarla è propaganda o terrorismo. O ci credi o no.
*Le storie*, al contrario, sono il campo magnetico che ha origine da quei paradossi, sono il lavoro faticoso e senza fine di chi li esplora e racconta, sono quello che “la certezza del diritto” (o del mercato) non ha le palle (o il tempo o i soldi o la voglia) per tirar fuori. Così De Cataldo mette le mani nel fango, dissoda in profondità, con pazienza, fa leva con intelligenza sulla sua posizione di giudice, semina bene e noi tutti ne raccogliamo frutti copiosi.
A questo punto non c’è neanche da preoccuparsi se un romanziere (o peggio, un giudice!) si mette a fare il mestiere dello Storico. Raccontare è forse un esclusiva? Casomai c’è da chiedersi quanti sono gli storici (e i giudici, e quant’altri) che non si sono ancora messi a scrivere!

Buon 2003 *******, e che sia per tutti un anno fertile di storie
Claudio

[E un buon 2009, di storie e di passioni. C.]

Quel sapore un po’ agrodolce della mafia

Adoro Blob, perché non finisce mai.

L’altroieri ero a tavola che mi aggiornavo sui fatti televisivi salienti e mi attardavo sull’insalata. Ci ho messo un po’ ad accorgermi che Blob era terminato da qualche minuto e aveva lasciato il passo ad “Agrodolce“, “il primo romanzo televisivo popolare, quotidiano, ambientato in Sicilia” come si evince dal sito. Un rutto ha diretto la mia attenzione sulla scena.

Siamo a scuola. Un insegnante guida la nuova preside per le classi. Entrati in aula, i due incontrano una professoressa che ha appena finito lezione. L’insegnante fa le presentazioni, e la preside chiede con tono ispettivo quale fosse l’argomento trattato. La giovine prof risponde di aver mostrato un documentario su Peppino Impastato, contro la mafia. Ma la disincantata interlocutrice non loda l’iniziativa, e anzi replica secca che quelle cose non vanno bene perché – parole sue – “bisogna stare coi piedi per terra”. Al che interviene l’insegnante a riportare la Giusta Armonia Scolastica: “Sa, deve capire signora preside, la nostra prof è un’idealista! Eh Eh. Vuole fare la rivoluzione, lei! Eh Eh”.

Sarà che prendo le fiction molto sul serio, ma questa banale scena mi ha ingenerato un verace fastidio. Perché chiamando il causa l’idealismo nel proteggere l’amica-collega indifesa di fronte al potere della preside cattiva, l’eroico e maschio personaggio dell’insegnante fa di peggio: per evitare conflitti nei rapporti gerarchici della scuola, egli liquida infatti la questione del documentario su Peppino Impastato come un vezzo rivoluzionario, lo riduce ad un episodio innocuo di lesa maestà contro la preside. La scuola è qualcosa di diverso dal mondo là fuori, se ne desume, e la giovine professoressa non sa come funzionano certe cose. In qualche modo imparerà, perché in fondo è risaputo come finiscono gli idealisti. E così l’etichetta di idealismo ricade indirettamente sul militante antifascista assassinato dalla mafia, in linea con un meccanismo che trovo analogo al processo di martirizzazione nei confronti di Roberto Saviano, dove l’enfasi sul nome ha l’effetto di oscurare il valore dell’opera. Insomma, stando a quei pochi minuti di Agrodolce, la questione della mafia viene rappresentata nell’opposizione tra ingenuità e disincanto, e risolta in termini di riconferma del principio di autorità: gli atti che ledono l’autorità vanno resi innocui, pena il martirio. La banalità del male di una scena minima mi suggerisce così la presenza di alcuni ingredienti narrativi tipici del nuovo “romanzo televisivo popolare” italiano, di specie patriarcale e mafiosa. Che resta certo un impressione su cui occorrerebbe lavorare più a fondo, se solo non si trattasse dell’ennesima forma di martirio.

La parola realtà è vaga come stelle dell’Orsa

[Post Numero Uno! E riflessioni a caldo su una discussione che dall’altroieri si propaga da giap, carmilla e beppesebaste a proposito delle banalizzazioni nel rapporto tra letteratura e realtà. Visto che in questo spazio ci si occupa di cose che possono andare diversamente, quale modo migliore per cominciare e togliersi subito di dosso questo fardello? Poi basta però, promesso! C.]

Con la logica ci si accosta soltanto parzialmente alla verità. Comunque lo ammetto che proprio noi della polizia siamo tenuti a procedere appunto logicamente, scientificamente; d’accordo: ma i fattori di disturbo che si intrufolano nel gioco sono così frequenti che troppo spesso sono unicamente la fortuna professionale e il caso a decidere a nostro favore. O in nostro sfavore. Ma nei vostri romanzi il caso non ha alcuna parte, e se qualcosa ha l’aspetto del caso ecco che subito diventa destino e concatenazione; da sempre voi scrittori la verità la date in pasto alle regole drammatiche. Mandate al diavolo una buona volta queste regole. Un fatto non può “tornare” come torna un conto, perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari ma soltanto pochi elementi per lo più secondari. E ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile ha una parte troppo grande. Le nostre leggi si fondano soltanto sulla probabilità, sulla statistica, non sulla casualità, si realizzano soltanto in generale, non in particolare. Il caso singolo resta fuori del conto. I nostri metodi criminalistici sono insufficienti, e quanto più li perfezioniamo tanto più insufficienti diventano alla radice. Ma voi scrittori di questo non vi preoccupate. Non cercate di penetrare una realtà che torna ogni volta a sfuggirci di mano, ma costruite un universo da dominare. Quest’universo può essere perfetto, possibile, ma è una menzogna. Mandate alla malora la perfezione se volete procedere verso le cose, verso la realtà, come si addice agli uomini, altrimenti statevene tranquilli, e occupatevi di inutili esercizi di stile

(Friedrich Dürrenmatt, La promessa, 1958)

Deleuze non lo dice, ma nel suo saggio del 1966 “Philosophie de la Série Noire” forse aveva proprio in mente il capolavoro di Dürrenmatt. La ricerca della verità, afferma il filosofo francese, ha una sua logica che risponde alla funzione primaria di ristabilire l’equilibrio, a costo di nascondere quel che vuole nascondere, di mostrare quel che vuole mostrare fino a negare l’evidenza e proclamare l’inverosimile. Questa pretesa di riprodurre l’ordine, non è altro che la perpetuazione della società alla più alta espressione del falso. [per approfondimenti, Girolamo de Michele quiqui]. Muovendosi tra i bassifondi del reale, il noir  si rivolge alla tragica ricchezza del mondo, ma non è che voglia dirci cos’è la realtà, cosa è bene o è male. In altre parole non ricade nell’errore poliziesco ma prende atto che la questione del reale – e del realismo – è roba complessa.

La discussione è stata ripresa poi ad alti livelli, oltre che nella teoria lettraria, nelle scienze storiche e sociali. Per riassumere in modo crudele, c’è chi pensa che ci sia la possibilità di distinguere tra vero, finto e falso. C’è chi pensa che questa distinzione dipenda da come si attribuisce senso alle cose. C’è chi pensa che il senso sia una ‘associazione’ in divenire di elementi eterogenei che  – a seconda del modo in cui si articolano – producono effetti di verità, falsità, finzione.

Il laboratorio di Nikola Tesla in Colorado

Sono posizioni che secondo me rimangono valide solo se prese tutte insieme e in contraddizione tra loro, perché non è data un’ultima parola sulle cose. In questo senso, il problema di certi discorsi ed etichette di realismo che vorrebbero applicarsi al New Italian Epic è che sottendono una visione molto povera e riduttiva di cosa sia il reale. Come se in fisica si continuasse a ragionare in termini di forza di gravità senza prendere in considerazione la teoria della relatività e la teoria dei quanti.

Del resto, se la letteratura crea dei mondi possibili che aprono nuovi spiragli di esistenza, le storie che racconta non sono meno fattuali o narrative dei fatti della scienza o degli oggetti della tecnica: vivono anch’esse di energie materiali che le fanno circolare e le traducono, generano esperienze e pratiche, performano la realtà in modi non prevedibili.

Quando sento la parola realtà, io non penso alla terra che ho sotto i piedi,  né al regno del caso. Ho in mente la turbolenza oscura in cui mi muovo, da penetrare e raccontare. La questione della realtà si risolve in termini pragmatici:  chiamare in causa la realtà significa per prima cosa – come dice il signor H. – essere pronti a mandare al diavolo le categorie. Rinunciare ad ogni retorica consolatoria e abbracciare la dimensione incompiuta del reale, educare ad essa la propria sensibilità, prendere posizione. Dare senso a qualcosa che non ne avrà mai fino in fondo. E però darglielo lostesso!

La realtà rimane landa immobile e desolata finché la sua persistenza non viene messa alla prova. E’ fatta per essere attivata e messa in discussione, spiazzare. Allora la parola realtà mi piace molto, e diventa vaga e magnifica come stelle dell’Orsa. (>)